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sabato 19 agosto 2017

Pubblicità legale



Qualche tempo fa volevo invitare a cena un mio amico giornalista. Mi rispose: “No, scusa, non riesco a fare in tempo, devo andare in Tribunale fuori Roma”. E io: “Ma che hai combinato?” E lui: “Ma, non lo so, so solo che è penale quindi devo andare io, e fra l’altro la cosa è strana, perché quando vogliono intimidirti non vanno sul penale, ma sul civile, dove possono chiederti un sacco di soldi”.

La sua frase mi è tornata in mente nell’accingermi a scrivere l’aneddoto che voglio raccontarvi oggi. Vi ricordate questo articolo? Era uscito in edizione cartacea il 30 aprile 2014 (direttore Bruno Manfellotto), con un diverso titolo: “E Bagnai per profeta...” e un diverso occhiello: “In TV è boom di guru contro l’euro. Tra cattedre dubbie, società private e appetiti politici. Ecco chi sono davvero”. In un mondo nel quale si va di fretta, vi lascio immaginare cosa possa aver pensato chi, senza lasciarsi sedurre dalla prosa dell’autore, si sia limitato – come comunemente avviene – a leggere titolo e occhiello! L’intento dell’articolo non devo giudicarlo io: venne inquadrato da alcuni colleghi dell’autore, gli estensori della rassegna stampa del portale Libero, che lo riportarono nella sezione gossip (in italiano potremmo dire: “cronaca rosa”):


(nel frattempo la pagina è stata rasata dalla cache di Google...).


In effetti, a parte lo scoop sul lavoro della moglie di Claudio (che non è esattamente un segreto: ci fa una trasmissione televisiva), e l’apprezzamento (che condivido) per l’eleganza di Francesca Donato, non è che, tolto il titolo, nell’articolo ci fosse molto di più. L’unico argomento di natura economica che mi sia stato dato rilevarvi (e vi assicuro che l’ho letto con molta attenzione, per motivi che passo subito a spiegarvi) era che “tornare alla lira porterebbe iperinflazione”. Perché? Perché lo dicono “i professori delle grandi università”.


Oddio, in quest’ultima asserzione c’è del vero, come purtroppo sapete, e quindi il preconcetto dell’autore sarebbe stato in qualche misura scusabile: quante volte abbiamo sentito ordinari di economia (per lo più senza esperienza di ricerca in economia internazionale) dire che una svalutazione della nuova valuta nazionale avrebbe causato inflazione? Tuttavia, qualche problemuccio c’è. Intanto, questa è una evidente fallacia ad auctoritatem: giudicare un argomento dalla (pretesa) importanza di chi lo propone. Una persona di cultura non dovrebbe cascarci, ma il mondo è un po’ più complicato di così. Un mio altro amico giornalista, un giorno, mi disse: “Faccio un lavoro tremendo: devo scrivere ogni giorno con scadenze strettissime di cose di cui non capisco nulla e sulle quali non ho tempo per informarmi, e devo farlo mantenendo il rispetto per me stesso!” (lui si occupava di rapporti USA-Europa per un quotidiano che ci ha dato altre soddisfazioni). Nella loro amara autoironia, che è sempre un marker di grande onestà intellettuale, queste parole mettevano in luce i limiti di una professione: non quella giornalistica, quella economica! Il giornalista, anche quando sa che non sarebbe il caso, è comunque costretto a rifarsi all’auctoritas di quelli che il grande circo mediatico gli propone come sapienti. E, naturalmente, il suo percorso culturale, che non è quello di un ricercatore, gli preclude una visuale completa del problema. Se ce l’avesse, potrebbe, in un caso come questo, constatare come, nonostante i professori delle “grandi università” italiane (più alcuni studenti di master a Chicago) diffondano la fake news che “svalutazione uguale iperinflazione”, i professori delle grandissime università americane hanno messo su questa scemenza una bella pietra tombale già parecchio tempo fa, chiarendo che le grandi svalutazioni non sono seguite da grandi inflazioni (e spiegando perché). Vorrei rassicurare gli eventuali giornalisti: Eichenbaum e Rebelo sono alla Northwestern (28° università al mondo), Burstein all’UCLA (che è solo 33°). L’università più prestigiosa in Italia è l’Alma Mater, che però a livello mondiale è solo 188° (oggi è facile documentarsi). Ripeto: un giornalista, quand’anche fosse specializzato in macroeconomia (e bisognerebbe vedere cosa lo accrediti come tale), non è tenuto a capire il diverso peso scientifico di un Eichenbaum (62° economista al mondo per rilevanza della produzione scientifica) o di un quidam de populo consigliere del principotto italiano di turno. Anzi: non è tenuto nemmeno a sapere che Eichenbaum esista!

Forse, però, due cose potremmo chiedergliele, a un giornalista, soprattutto quando, come nel caso in questione, ha dato prova, con inchieste coraggiose, di individuare bene e di mettere in luce certi conflitti di interesse e le loro conseguenze nefaste sul tessuto microeconomico di un paese. La prima sarebbe quella di capire che certe reti accademico-mediatiche rispondono, in modo del tutto trasparente, a certi interessi economici. Su quello che certi economisti dicono va quindi fatta una ovvia tara. E invece no: qui si continua a chiedere a Draghi se l’euro è buono! La seconda sarebbe quella di guardare i dati (ma qui già so di chiedere troppo): Burstein, Eichenbaum e Rebelo non sono giunti per insufflazione divina all’intuizione che la svalutazione non causa iperinflazione. Questa volta l’arcangelo Gabriele è rimasto a casa: loro hanno semplicemente guardato i dati, e quelli italiani nel dibattito comunque c’erano, perché ce li avevo portati io qui, come ricorderete.

Il sagace lettore indottrinato, improvvisandosi epistemologo, scoprirà lo Hume che è in lui per dire: “Ma il fatto che una cosa non si sia verificata in passato non significa che non possa verificarsi in futuro!” Una frase, questa, il cui significato regolarmente sfugge a chi la pronuncia, e che comunque non si applica al nostro caso! Infatti, come ricorderete, e come vi ho ricordato spesso, pochi giorni dopo l’articolo di cui vi sto parlando io intervenni sul Fatto Quotidiano per chiarire, more geometrico, che l’euro si sarebbe necessariamente dovuto svalutare: immediatamente dopo l’euro perse il 30%, e questo senza che io telefonassi a Draghi (di cui non ho il numero: ho quello di Monti ma non lo uso mai).

Seguì... “Iperinflazione!” (direte voi): no: deflazione, tant’è che fra una settimana Draghi andrà a Jackson Hole con la coda fra le gambe a dire, con ogni probabilità, che il tapering (la fine del QE) può attendere.

Insomma: né la logica, né la ricerca scientifica di università prestigiose e prive di conflitto di interessi, né i dati passati, né i dati futuri davano ragione all’unico argomento economico dell’articolo, nonostante l’avviso di non meglio specificati “professori di grandi università...”

Cosa restava?

Restava (lo dico serenamente) il gossip, e come tale l’articolo venne interpretato. Nel dibattito nessuno lo citò (sono pronto a scusarmi in caso di smentita), anche perché l’argomento svalutazione = inflazione oltre a essere sbagliato, non era nemmeno originale ed era stato già esposto altrove, mentre sui social una sequela interminabile di persone rilanciarono il titolo dell’articolo, forti, a loro volta, dell’auctoritas della testata, e questo fino all'anno scorso (poi mi sono stancato di controllare):



Essere perfetti, su questa Terra, non paga. Ci è riuscito uno solo e, per non sbagliare, lo hanno crocefisso (vero è che lui aveva un piano B – e questa è l’unica cosa che abbiamo in comune, oltre a una certa antipatia per la finanza predatoria – ma questo è un altro discorso).

Voglio quindi rassicurarvi: non sono perfetto.

Alla fine, in sette anni di dibattito, un errore l’ho fatto anch’io, ed esattamente il tipo di errore che mi somiglia di meno: non ho dato retta a chi ne sa più di me. Quando l’articolo uscì, e prima ancora che io lo leggessi (L’Espresso non è in testa alle mie priorità, e in questo credo di essere piuttosto conformista), un magistrato mio amico mi chiamò per dirmi di sporgere querela. Io non lo feci, e questo fu il primo pezzo dell’errore. Il secondo, altrettanto grave, fu di mettere in evidenza su Twitter che l’autore mancava di competenze macroeconomiche specifiche nel tema che stava affrontando (tre anni dopo credo che i fatti mi abbiano dato ragione...), e aveva fatto accostamenti, diciamo così, fastidiosi (“cattedre dubbie”? In un articolo in cui io ero l’unico docente di ruolo citato?...).

Fatto sta che l’autore dell’articolo si è sentito a sua volta offeso per le mie puntualizzazioni. “Ti avrà querelato!” direte voi. No. Non siamo nel penale, tranquilli! È solo questione di soldi. Questo, fra l’altro, per un semplice motivo tecnico: forse non tutti sanno che la Cassazione Penale, a differenza di quella Civile, in casi come questo ammette la scriminante della provocazione. A prescindere da quanto mi diceva il mio amico giornalista che non poteva venire a cena, in un caso come questo, sporgendo querela, la controparte avrebbe rischiato l’archiviazione, e comunque io avrei potuto resistere in giudizio sulla base del dato di fatto che non ero stato io ad andare a cercare lui, ma lui a venire a cercare me. E perché correre questa alea? Meglio aspettare un po’, e chiedere un sacco di soldi...

Insomma, fatto sta che il 3 agosto 2015, quando era presumibile che l’ateneo dove lavoro sarebbe stato chiuso, i miei legali in vacanza, ecc., mi veniva recapitata in dipartimento un’istanza di mediazione per la somma di 20.000 euro, della quale, per una serie di disguidi, sarei venuto a conoscenza solo più di un mese dopo (non potendo quindi accedere ad essa quand'anche avessi ritenuto di farlo). A questo punto la controparte mi ha citato in giudizio per 40.000 euro di danni (più le spese legali e la pubblicazione della sentenza). Inutile dire che lì per lì la cosa mi ha alquanto preoccupato. Non che quei soldi non ce li avessi, solo che, anche se un giudice avesse ritenuto giusto che io li spendessi così, ovviamente io avrei preferito spenderli in altro modo! Vi risparmio tutte le altre considerazioni: diciamo che mentre riflettevo su quale strada percorrere (decisione complessa, anche per una serie di relazioni personali con cui non vi annoio), ho perso due chili (cosa della quale non posso che essere grato alla controparte: poi li ho ripresi, e ora ne ho persi – meglio – cinque).

Da questa esperienza ho capito molte cose: la prima, è quale fortuna sia stata incontrare una donna come Roberta. Poi, naturalmente, ho capito quanto sia importante vivere un giorno alla volta, quanto siate importanti (e utili) voi per me, e quanto sia importante sorvegliare l’alimentazione e fare sport con regolarità. Fra l’altro, per dirla proprio tutta, di tutte le preoccupazioni che il 2016 ha portato con sé, la peggiore non era questa: l’adolescenza der Palla era su un ordine di grandezza incommensurabilmente superiore (poi c’era l’abilitazione da ordinario, ecc.: diciamo che nel 2016 ho avuto l’imbarazzo della scelta).

Com’è andata a finire? L'abilitazione l'ho avuta (a molti dispiace più di quanto io ne sia lieto, il che mi permette di esserne doppiamente lieto), er Palla si sta tranquillizzando (e questa è la cosa veramente importante)... e il processo?

Al processo ho fatto domanda riconvenzionale, ma la dott.ssa Sperati del Tribunale di Varese ha ritenuto che io non avessi motivo per ritenermi leso dall’articolo in questione, mentre ha ritenuto che io, nell’esporre i miei rilievi, avessi violato il principio di continenza. Sono quindi stato condannato, ma, tant’è vero che siamo in deflazione, i 40.000 sono diventati 5.000 (invece dei 52.000 che forse a Chicago qualcuno si aspettava, dopo la svalutazione del 30%)! La punizione più severa sotto il profilo morale però è senz’altro stata quella di finanziare Repubblica e l’Espresso pubblicandoci la sentenza, che dovrà apparire domani, come mi hanno confermato i cortesissimi dipendenti dalla A. Manzoni & C. (la concessionaria della pubblicità). Ci dev’essere una stagionalità perversa, anticiclica rispetto a quella del Pil, che crea un picco di rogne legali in agosto! Mi è toccato disturbarli mentre stavano chiudendo l’ufficio, ma l’hanno presa con grande professionalità, del che li ringrazio.

Il rapporto che ci lega mi imponeva di informarvi in anticipo, dandovi alcuni elementi per valutare la vicenda, nella quale, evidentemente, non pretendo (né sta a me giudicare) di aver avuto ragione. Se una sentenza mi condanna un motivo ci sarà. Avrei voluto darvi solo un buon esempio, quello del coraggio. Mi è toccato darvene anche uno cattivo, ma vedo il bicchiere mezzo pieno: forse questo esempio da non seguire potrà essere per voi altrettanto e più istruttivo di quello da seguire.

Ora, voi sapete che io amo il mio paese, e la prima forma di amore è il rispetto: nel caso di un paese, il rispetto per le sue istituzioni.

Non solo quindi non commento la sentenza, alla quale mi sono immediatamente conformato bonificando la controparte, ma vi ingiungo di non farlo nemmeno voi. Non c’è nulla da commentare. Ovviamente, il rispetto per le istituzioni comprende anche l’avvalersi di tutte le tutele che queste contemplano. La sentenza stabilisce che la controparte aveva ragione di sentirsi offesa, e da questa sentenza io, come tutti voi, ho solo da imparare. Resta il problema che mi sono sentito offeso anch’io, e quindi andrò in appello. Non ho fretta. Sono curioso di vedere cosa disporrà la corte di appello di Milano fra due o tre anni, quando, come sapete, il nostro vero organo di governo, la Bce, sarà andata in mano tedesca, e quindi qui non ce ne sarà più per nessuno (cioè nessuno, checché ne pensi il mio amico giornalista – quello cui devo una cena...).

Poi, naturalmente, c’è un altro problema, che però non è né mio né vostro.


Per anni ho sopportato un profluvio di insulti di ogni tipo, che voi ricordate e sapete valutare correttamente, ma che molti, capitati magari qui per caso, non ricordano. A questi ultimi magari è opportuno offrirli, come elementi di valutazione del clima nel quale l'episodio si svolse: è stata messa in dubbio la mia competenza scientifica, mi è stato detto che pubblicavo su riviste senza peer review (come questa?),  mi è stato detto che non avevo pubblicazioni specifiche sui temi di cui parlavo (come questa?), sono stato dipinto come un ciarlatano che falsificava i dati (meno male che loro non se ne sono accorti!), e mi sono anche preso del coglione, dell’imbecille, del "professorino fallito di serie C", dell’economista da bettola, ho ricevuto minacce (“uomo avvisato mezzo salvato”), ecc. Non vi annoio riportando i vari screenshot perché, come ho avuto modo di constatare lungo questa vicenda, i vostri hard disk contengono terabyte di insulti a mio riguardo (voi ne sapete più di me), limitandomi a ricordare che in alcuni casi questi gentili appellativi venivano motivati dai risultati dell’inchiesta giornalistica de cujus:



(mi affretto ad aggiungere che l’autore ovviamente non ha alcuna colpa delle esternazioni di questi simpatici maitre à penser, cui ricordo che "la gente" nel mio caso sarebbero il Financial Times, la CNN, Bloomberg, Il Sole 24 Ore, MediasetTgCom24, La7, ecc., senza contare editor e referee di riviste scientifiche - delle quali non gli parlo perché a occhio non credo sia del mestiere: magari si convincessero che sono un cialtrone! Avrei molti meno referaggi da fare...).

Per anni non ho reagito.

Pochi giorni fa la terza carica dello Stato ha detto che non tollererà più insulti. Diciamo che in questo mi sono permesso di precederla: la mia linea del Piave sono stati i famosi 20.000 di cui vi parlavo qua sopra: da quel momento non ho tollerato insulti nemmeno io, e la prima causa andrà presto a processo.


Altre ne seguiranno.


Vorrei, insomma, rassicurarvi: per evitare di essere crocefisso, io non ho alcuna intenzione di porgere l’altra guancia. All’amico di amici, poi, ricordo con rispetto un grande classico della nostra cinematografia: “Io non mi intimido, e sto qua”.


Sto qua con voi, che ringrazio ed esorto alla pratica delle quattro virtù cardinali, sottolineando che siamo sempre meno soli.

A chi, per i motivi strutturali sopra esposti, deve rifarsi all’auctoritas degli economisti bravi (ma solo di quelli italiani), ricordo infatti che anche questi ultimi hanno cambiato orientamento. Basta citare Perotti, che su Repubblica e su lavoce.info ha riconosciuto la validità di molti argomenti messi spregiudicatamente in burletta dalla stampa cosiddetta mainstream, e l’inopportunità di rifarsi all’auctoritas in ambito scientifico, o Zingales, che è giunto alle conclusioni da cui noi siamo partiti: l’euro è un nonsenso economico, il suo significato è esclusivamente politico, per cui l’unica speranza che sopravviva è legata alla lungimiranza della Germania, della quale (aggiungo io) il secolo scorso ci ha dato tante prove. Continuo quindi a sostenere che le linee editoriali di tutti i media italiani cambieranno, e in questo non c’è nulla di insultante: è una semplice constatazione, ed è un fenomeno al quale stiamo assistendo giorno dopo giorno, sia in questo, che in altri dibattiti (avete presente quel canale di Sicilia che nel breve volgere di un giorno si è spostato di alcuni gradi ad est diventando “acque territoriali libiche”? E questo perché? Perché una persona ha avuto coraggio! La fede sposta le montagne e il coraggio sposta i mari...). Lo abbiamo osservato in passato (quanti giornalisti oggi euristi negli anni ’90 si rallegravano per la svalutazione della lira che "faceva volare l’economia?"), lo osserveremo in futuro senza particolare stupore né acredine. Non è un caso se il potere si difende propugnando il diritto all’oblio digitale. Una cosa che certo ha senso, ma che è anche (e forse soprattutto) strumentale a far sì che chi ha difeso a spada tratta e con ogni mezzo un certo progetto, possa sottrarsi alle sue responsabilità (mi riferisco a quelle politiche e deontologiche) dopo l’inevitabile fallimento.

Certo, questo sarà un po’ più difficile in alcuni casi.

Quando questa vicenda, frutto di un clima politico avvelenato dalla campagna elettorale, sarà finita, spero che potremo vederci per parlarne serenamente. Ma, per questo, ci vorrà ancora un po’ di tempo, anche perché sta per iniziare una nuova campagna elettorale, e nulla ci dice che sarà vissuta con uno spirito di maggiore responsabilità.

Io, nel frattempo, vado avanti.

So di avere la vostra solidarietà, e vi segnalo che il modo migliore per esprimerla è gioire anche voi della puerile gioia delle poche decine di troll che infestano i social, senza rispondere alle loro inevitabili provocazioni (sono persone sole, hanno bisogno di attenzione, ma non credo dobbiate proprio prestargliela voi...), non commentare la sentenza né infastidire la controparte, e soprattutto votare questo sito come miglior sito politico-d’opinione ai Macchia Nera Award 2017.


E ora, assolto il mio doveroso compito di informarvi in anticipo, procedo a quanto la sentenza mi chiede di fare, pubblicandone sul blog l’estratto in carattere doppio del normale.

"Social media" vs. "élite media"

Sarà capitato anche a voi di commentare con un giornalista l'inarrestabile declino delle testate italiane (qui Dagospia ex multis). In ogni caso, è capitato a me, ed è sempre un'esperienza interessante, che apre a orizzonti culturali interminati, a sovrumani concetti, ove per poco il cor non si spaura: la sociologia, la storia, le scienze politiche, e, naturalmente, la tecnologia (#hastatoInternet) arditamente vengono combinate in un quadro che, se da un lato, soprattutto quando viene fatto da persone intellettualmente oneste, fornisce importanti spunti di riflessione sul significato odierno di democrazia, dall'altro, anche quando viene fatto da persone intellettualmente oneste, non riesce a sfuggire a un soupçon di intento apologetico. Insomma: #hastatoInternet, #hastatoilfallimentodeicorpiintermedi, #hannostatolemacchiesolari, ma mai uno che dicesse, almeno in camera caritatis: "Forse c'entra anche un po' il fatto che stiamo dicendo troppe fregnacce...".

Questa eventualità, però, non può essere completamente essere esclusa. Non so se adottare l'assioma secondo cui la qualità del bene (l'informazione fornita) non influisce sulla domanda del bene (le copie vendute) aiuti a capire cosa sta succedendo. Sicuramente aiuta a capire la mentalità di chi da questa ipotesi procede: quella per cui i lettori sono un parco buoi di decerebrati che sarebbero disposti a bersi qualsiasi fregnaccia, e che quindi, se smettono di comprare certi giornali, non lo fanno perché hanno la sensazione di non essere correttamente informati, ma solo perché #hannostatoletestateonline o #hastatolafreepress.

Certo: nessuno nega che la diffusione di outlet alternativi possa avere influito sull'agonia delle grandi (?) testate. Tuttavia, da queste testate ci viene perennemente rinfacciata la nostra incapacità di non cogliere le sfide della globalizzazione, ecc. ecc. (la solfa la conoscete): al rimbrotto, però, non segue un esempio positivo! Noi dobbiamo riciclarci, magari diventando skipper sul Mar Baltico a 60 anni dopo esser stati sportellisti alla posta di Vimercate, perché questo è lo Zeitgeist. Loro invece non avvertono l'esigenza di riciclarsi dicendo, sempre dallo stesso posto di lavoro, cose più interessanti, che mercato ne avrebbero (e questo blog lo dimostra)...

Una eloquente asimmetria messa in risalto pochi giorni fa da Marcello Foa con l'osservazione che "i blogger avevano ragione, la grande stampa aveva torto". Gli esempi fatti da Foa sono eloquenti (lo ringrazio per la citazione) e incontrovertibili. Il fatto che chi dovrebbe informare non si assuma le responsabilità di una serie ormai infinita di epic fail e non si degni di prendere in considerazione che l'andamento sul mercato di certe testate potrebbe esserne condizionato rivela una mentalità radicalmente elitaria, come ho osservato sopra: dire che se i giornali si vendono di meno la loro attendibilità non c'entra nulla, significa considerare esplicitamente i lettori come minus habens disposti a bersi qualsiasi panzana. Significa, insomma, costituire i media tradizionali in media delle élite, in contrapposizione ai social media su cui voci indipendenti possono ancora per poco (e sempre di meno) esprimersi.


Leggendo il post di Foa ripensavo a un episodio di qualche tempo fa.

Come sapete, io sono stato fin da subito molto, molto scettico circa il fatto che Tsipras, osannato qui da noi come il Simon Bolivar dei Balcani, riuscisse effettivamente a liberare il suo popolo dall'oppressione delle insensate regole europee. Il semplice fatto che quel personaggio su cui la storia deve ancora formulare un giudizio si rifiutasse di mettere in questione l'euro dimostrava che non stava facendo sul serio e quindi avrebbe fallito. Fui pressoché l'unico a esprimere questo concetto limpido e inesorabilmente logico, e lo feci in tantissime occasioni:

1) il 5 gennaio 2015 parlando del ruolo dei partiti "radicali" nell'Eurozona (o meglio: nel suo rafforzamento);

2) il 26 gennaio 2015 commentando la vittoria di Tsipras;

e via dicendo (basta googlare "goofynomics tsipras" per vedere cosa pensavo e tuttora penso, ma no sono cose belle).

Mi era capitato di farlo, proprio il 26 gennaio, anche su Omnibus La7, in questi termini:


"Il programma (di Tsipras, ndr) non è verosimile e la prova ce la danno i mercati che non ci credono..." "Tutti sanno che questa è una simpatica, divertente, tragica farsa, perché le contraddizioni del programma di Tsipras non sono tanto sul fronte del debito pubblico, del quale sinceramente non so perché l'informazione italiana continui a parlare, dal momento che lo stesso vicepresidente della Bce, andando ad Atene il 23 maggio del 2013, in un discorso che esorterei gli ascoltatori a leggersi (è stato tradotto in italiano nel sito vocidallestero) ha detto che il nostro problema, il problema dell'Eurozona, non è un problema di debito pubblico... Il vero problema è il crollo totale della domanda interna che anche in Grecia, come in Italia, è stato provocato dal desiderio di recuperare competitività, cioè dal desiderio di rendere i propri beni e i propri servizi meno cari per poterli vendere all'estero..." "Tsipras sta lì a fare il metadone, ma purtroppo la droga dell'Europa si chiama euro e finché non si affronta il problema non si può pensare di risolvere la situazione...".

Un intervento, mi sembra, non solo lungimirante (non devo dirmelo da solo, ma non ho difficoltà a farlo, mentre ho difficoltà a non farlo), ma anche piuttosto chiaro.

La domanda era: "Con Tsipras i greci hanno risolto?"

La risposta era: "Tsipras è solo metadone: non risolve il problema".


Assisteva a quella puntata anche il dottor Bruno Manfellotto, che, due mesi dopo (il 9 marzo 2015), riassumeva così il mio intervento:

Pancani: "Vorrei tornare un attimo da Manfellotto perché, l'abbiamo detto all'inizio, sembrava che per la Grecia tutto fosse stato più o meno risolto..."

Manfellotto (interrompendo): "Pensava il professor Bagnai, qui in questa sede, non è che lo pensavamo noi!" (risatina).

Tralascio la scarsa eleganza consistente nel citare una persona assente: come vedete, nell'epoca di Internet ad essa si può facilmente porre rimedio, mettendo a diretto confronto due interlocutori (anche quando uno dei due il confronto magari preferirebbe evitarlo), e poi, lo confesso: anche a me è capitato di farlo (ma solo dopo aver constatato che questa prassi veniva adottata sistematicamente nei miei confronti), quindi non sarò certo io a scagliare la prima pietra di fronte a un peccatuccio veniale di questa fatta.

Tuttavia (posso sbagliare, e se sbaglio mi corigerete) ma non mi sembra di aver mai (e dico mai) citato una persona attribuendogli opinioni esattamente contrarie a quelle da lei espresse!

Devo dire che quando mi metteste immediatamente a parte di questa caduta di stile io fui talmente avvilito che rinunciai a commentarla. Mi chiesi se era possibile che io fossi stato poco chiaro. Riascoltai il mio intervento. Io mi capisco, ma questo vuol dire poco. Anche voi, però, avevate capito cosa volevo dire: volevo dire che Tsipras non avrebbe risolto nulla, che era metadone, un palliativo, un modo per eludere la radice del problema.

Uscendo da quella trasmissione (quella del 26 gennaio) mi ero congedato da Manfellotto con toni cortesi, peraltro ricambiati. Allora perché travisare così le mie parole? Ero veramente allibito. Forse era distratto mentre parlavo? Forse non ero stato chiaro? O c'erano altri motivi che non riuscivo ad immaginare per denigrarmi in mia assenza attribuendomi opinioni che i fatti avrebbero smentito, quando ero stato pressoché l'unico in Europa (certamente in Italia) a prevedere il fallimento di un personaggio sul quale invece tutti i grandi media all'epoca avevano puntato, acclamandolo addirittura come un modello per cambiare rotta (dall'iceberg alle scogliere)?

Non so: questa cosa mi ha intristito, ci son rimasto veramente male, tanto che ho rinunciato ad approfondirla con l'interessato, del quale ho da qualche parte i recapiti, anche perché nel frattempo mi sono dovuto dedicare ad altri interlocutori.

Certo, quando poi leggo articoli come questo io, che, come sapete, in generale non sono entusiasta di spiegazioni "neoluddiste", non posso che rinsaldarmi nel mio convincimento che la tecnologia sarà sicuramente importante, ma, ancora per qualche millennio, ad essere veramente determinante resterà il fattore umano...

giovedì 17 agosto 2017

Volevate essere gli U6?

Questa mattina è uscito sul Fatto Quotidiano un mio articolo legato alla discussione sorta in seguito a questo post. Come vi dicevo nel post, la metodologia usata per calcolare il grafico della disoccupazione corretta per scoraggiati e sottoccupati nello studio citato dal FT non mi era del tutto chiara (e tuttora non lo è, per me). In particolare, trovavo corretta l'osservazione fatta da Andrea. A me era chiaro che nel grafico non veniva usata la variabile indicata in didascalia (%working age population, percentuale della popolazione in età attiva), altrimenti tutti i valori sarebbero stati molto più bassi. D'altra parte, non aveva nemmeno senso utilizzare, come ho fatto io, le forze di lavoro (occupati più disoccupati), per il semplice motivo che nel momento in cui metto al numeratore del tasso (sopra) gli scoraggiati, devo considerarli almeno virtualmente come parte delle forze di lavoro e quindi contarli anche al denominatore del tasso (sotto).

Devo dirvi che ancora non sono riuscito a capire da dove saltino fuori quei numeri, ma questo non mi appassiona moltissimo. Preparando l'articolo, mi sono andato a rileggere le definizioni di disoccupazione del Bureau of Labor Statistics, i famigerati U1, U2,..., fino a U6, che sono familiari ai lettori di Mazzalai (diciamo che ne parla da almeno tre anni prima che questo blog aprisse) e di Orizzonte48, ma magari non a tutti gli altri. La logica di questi tassi è quella di considerare definizioni via via meno restrittive di labour market slack (lo slack sarebbe il lasco: le strane dislessie della glottologia!), cioè del "gioco", dello "scarto" fra domanda e offerta di lavoro: insomma: della disoccupazione. Il tasso "ufficiale" corrisponde a U3, e fino a U3 il denominatore sono le forze di lavoro. Poi in U4 si aggiungono gli scoraggiati, e il denominatore diventano forze di lavoro più scoraggiati. Poi in U6 si aggiungono i sottoccupati, di cui magna pars sono quelli in part-time "per motivi economici" (cioè perché il datore di lavoro non gli vuole pagare uno stipendio intero), e il denominatore diventano forze di lavoro, più scoraggiati, più sottoccupati. Insomma: da U3 in poi ogni tasso di disoccupazione è espresso in percentuale di una diversa (e progressivamente più ampia) popolazione di riferimento.

Per capirci, nel grafico che è stato pubblicato oggi dal FQ (che non è il FT, perché arriva prima), il denominatore è dato da forze di lavoro, più scoraggiati, più sottoccupati. Questo implica che la percentuale di disoccupati sia inferiore a quella data dal tasso di disoccupazione ufficiale (sotto 10 anzichè sopra 11), dato che il numero per il quale i disoccupati vengono divisi è più grande (non solo forze di lavoro ma anche le altre categorie ricordate):


Nel grafico del FT, invece, il tasso di disoccupazione coincide a occhio col dato ufficiale, il che mi fa pensare che i ricercatori abbiano sommato tre tassi calcolati con tre denominatori diversi. Questo significa che nel loro caso il tasso complessivo non corrisponde a U6, mentre nel nostro caso la percentuale di disoccupati non corrisponde a U3 (cioè alla disoccupazione ufficiale).

Se avete il mal di testa, mi spiace, anche perché non ne vale la pena: un terzo degli italiani non ha un lavoro o non ha un lavoro decente, il dato è questo, e non entro nelle classi di età e nelle suddivisioni territoriali altrimenti ci mettiamo paura. Uno o due punti in più o in meno non ci cambiano molto, anche se, come sempre, è importante essere rigorosi.

Sarebbe più facile se gli uffici di statistica ci aiutassero: il rigore (e farsi due palle sui dati) è il loro mestiere, non il nostro! Questa roba qui negli Usa si fa da anni, come ricordavo sul Fatto di questa mattina, specificando anche perché da noi invece non si fa: perché l'Eurozona ha un piccolo segreto: l'aggiustamento agli shock macroeconomici, qui da noi, si basa sulla disoccupazione competitiva (quella che i sapienti chiamano "svalutazione interna"). Che è così si sa e si dice (lo ha ammesso perfino De Grauwe), ma laggente certe cose è meglio che non le sanno, e quindi si preferisce utilizzare una misura sottostimata della disoccupazione, corrispondente più o meno a U3, in modo da glissare sul resto.

L'esigenza di offuscare quale sia il vero meccanismo di riequilibrio macroeconomico qui da noi (il taglio dei salari, e quindi, per forza di cose, l'incremento di disoccupazione), deve però contemperarsi con l'esigenza della Bce di scaricare su altri la responsabilità del suo fallimento nel rianimare l'inflazione. Non si tratta, attenzione, di un dato banale. Ammettere di non riuscire a far alzare l'inflazione perché la moneta non causa i prezzi significherebbe ammettere che viene meno la stessa ragion d'essere del principio di indipendenza della Banca centrale (cioè dell'attribuzione alla finanza privata di un potere di ricatto sui governi, privati della possibilità di finanziarsi con moneta laddove necessario). Questa indipendenza, infatti, veniva e viene motivata in base al presupposto che se si lasciasse ai politici "dipendenti" dagli elettori la possibilità di creare moneta, questi ne abuserebbero per farsi rieleggere, creando inflazione.

In realtà le cose non stanno esattamente così. Ho spiegato ne L'Italia può farcela che è altrettanto plausibile che siano i prezzi a causare la moneta. Immaginatevi, ad esempio, il caso di un imprenditore che, come negli anni '70, si trovi a fronteggiare un aumento improvviso del costo delle materie prime. L'imprenditore si reca quindi in banca a chiedere un prestito non volto a fare investimenti, ma semplicemente a pagare stipendi e materie prime a un costo superiore. La banca ha due possibilità: o non glielo concede, così l'imprenditore fallisce e non ripaga nemmeno i mutui già contratti, o glielo concede, e così facendo fa aumentare la massa monetaria (la moneta che circola è, come sapete, per solo un decimo moneta "stampata": gli altri nove decimi sono moneta bancaria, attestazioni di credito di varia natura).

Quindi, lo scopo del gioco dell'indipendenza della Banca centrale è e resta uno solo: condizionare la politica di bilancio del governo (non quella monetaria: quella di bilancio), subordinando al parere dei mercati (cioè ai grandi banchieri internazionali) la scelta di quali governi e quali politiche finanziare. L'idea che il problema sia la stabilità dei prezzi è del tutto fasulla e infondata, tant'è che, come vedete, nemmeno stampando decine di miliardi di euro al mese Draghi può fare molto (e lo sa).

Si torna così al punto dal quale siamo partiti: Draghi è impotente, il suo big bazooka non valeva un gran che (gli anni passano per tutti, anche per la teoria quantitativa della moneta), il suo flop era previsto (solo da me, ma comunque previsto), ma questo apre un problema politico. Bisogna mantenere viva l'idea che la moneta sia esogena e agisca comunque sui prezzi, e che se non ce la fa è perché ci sono forze ulteriori che cospirano a deprimere i prezzi. Sì, sto parlando di questa dichiarazione, il cui senso è chiaro: "La moneta sui prezzi agirebbe, quindi io (Draghi) sono utile e comunque sarebbe pericoloso mettere il mio potere monetario in mano altrui, ma purtroppissimo i governi non riescono a fare la loro parte e quindi anche se io ho uno strumento efficace e lo sto usando, se però le cose non funzionano la colpa non è mia".

In questa linea si iscrive uno studio che aveva attirato la nostra attenzione in primavera, ma del quale poi ci eravamo dimenticati un po' tutti: il Bollettino economico della Bce di maggio 2017. La notizia dirompente secondo cui la disoccupazione nell'Eurozona sarebbe il doppio di quella ufficiale in effetti veniva da lì (p. 33):

e in nota si fa esplicito riferimento (ma in caratteri piccolissimi, da contratto assicurativo) alla misura U6 e al fatto che Usa e Ocse la calcolano:


Caratteri piccoli, perché altrimenti tutti si chiederebbero: ma allora perché noi no? E così il fine apologetico di questa scoperta dell'acqua calda (scaricare sui governi incapaci di "creare buona occupazione" il fallimento delle politiche monetarie nel rianimare i prezzi) diventerebbe un boomerang, perché costringerebbe gli elettori a riflettere sul piccolo, sporco segreto che vi ho confidato sopra, cioè sul fatto che molta disoccupazione, possibilmente nascosta, è essenziale a un sistema che basa la propria ripresa sul ribasso dei salari. Peraltro, con buona pace di chi pensa il contrario, è proprio la Bce a essere responsabile della mancata creazione di "buona occupazione", perché è lei che, arrogandosi una funzione di indirizzo politico che non dovrebbe competere a chi pretende di essere legibus solutus, ha consigliato a tutti i governi di cui la Germania è nemica, fra cui il nostro, politiche di riforma del mercato del lavoro che hanno reso precari e sottopagati milioni di europei (il nostro caso è stato analizzato qui).

Insomma: Draghi quel poco di buono che pretendeva di poter fare non è riuscito a farlo, in parte anche perché ha fatto quel molto di cattivo che non avrebbe dovuto fare!

Povero Draghi...

Cammina su una fune, sospeso fra due grattacieli. Mi dà le vertigini, quell'uomo. Fra due anni gli taglieranno il cavo, come sapete, e questo è triste (anche perché magari ce lo ritroveremo al Quirinale o a Palazzo Chigi), ma soprattutto, e questo è ancora più triste, potrebbe arrivare una ventata! Un banale esempio: negli Stati Uniti le università "buone" costano così tanto che per andarci ci si indebita. Peccato che però oggi i lavori "buoni" non siano poi tantissimi nemmeno lì, e quindi... c'è chi si indebita per ripagare il debito che aveva contratto per diventare un "protagonista dell'economia della conoscenza"! Se vi ricorda i subprime non preoccupatevi: non è la stessa cosa: è la stessissima cosa. E non vi parlo dei mutui sugli immobili commerciali (i subprime erano sugli immobili residenziali), ecc. Anche lì hanno stampato tanta moneta, per farci cosa? Lo scopriremo alla prossima esplosione di bolla, quando, per sistemare le cose, Uj (j=1, 2, ...,6) dovrà aumentare di nuovo.

E voi, volevate essere gli U6?

La ripresa

Alle 15 sono su Mediaset TgCom24 per parlare della ripresa allo 0.4%. Intanto, ve la faccio vedere:


Oggi siamo dove vedete il puntino rosso. Continuando a crescere dello 0.4%, torneremo al livello di Pil pre crisi nel terzo trimestre del 2021. Abbiamo già parlato di questo tema. Resta quindi da concludere integrando un noto proverbio: chi va piano va sano e va lontano... se ci arriva vivo!

mercoledì 16 agosto 2017

Godley, Lavoie, e Draghi: un'eterna politica espansiva

Rapidissimamente, che poi devo chiamare il tecnico della caldaia, andare a fare la spesa, scrivere un articolo per il Fatto Quotidiano, scrivere una prefazione per Il Pedante, scrivere un'apologia (Tertulliano me spiccia casa), ecc.

Questo post è un piccolo lago di montagna, dove confluiscono almeno due rivoli di acqua fresca e cristallina: il discorso su Lascienza, e il discorso sui rapporti di forza all'interno dell'Eurozona, messo in luce nel post precedente.

Cosa rimprovera il re che da Berlino "mannò ffora a li popoli un editto: io sò io, e tu sei un cretino, governatore de sta fava, e zitto"? Rimprovera a Draghi il fatto che l'acquisto di titoli di Stato violi la proibizione di finanziare direttamente gli Stati (insomma, violi quel "divorzio" fra Tesoro e Banca Centrale che noi abbiamo adottato spontaneamente [?] nel 1981, ma che dal 1992 è sancito dal Trattato di Maastricht). Notate che questo granellino di sabbia è stato messo nell'ingranaggio da Bernd Lucke, il fondatore di Alternativa per la Germania, il partito che vorrebbe che la Germania uscisse dall'euro.

Ora, qui bisogna in realtà difendere Draghi, e, simultaneamente, la scienza economica. Marc Lavoie, a seguito di un paio di conversazioni che abbiamo avuto a Parigi su un modello che sto per pubblicare (così facciamo stare zitti anche quelli che "Bagnainonhailmodelloteoricoooooo!"), mi ha inviato un suo articolo, scritto con Godley nel 2006 (poi pubblicato su carta nel 2007), del quale mi pregio di agevolarvi l'abstract:


Prendersela con Draghi è ingiusto e inutile (mi affretto a dire che Lucke lo sa benissimo e vuole solo creare un caso politico). Draghi segue quella che la scienza economica, in una delle sue riviste più prestigiose (tant'è che perfino gli economisti pre-keynesiani sono costretti a tenerla in classe A), aveva indicata come una strada obbligata. Per tenere insieme i cocci dell'Eurozona dopo uno shock esterno c'è solo una cosa da fare, quella che sta facendo Draghi (che cretino proprio non è!): comprare titoli, in particolare delle "weak euro countries", e comprarli in proporzione ever rising: never ceasing, still increasing, with the length of time shall grow, come le lacrime (di coccodrillo) del primo vecchione nella Susanna di Handel.

Come notava giustamente l'amico Pilon in coda a un post precedente, ora resta da vedere cosa succederà quando smetterà di farla. Non vorrei guastarvi la sorpresa, ma chi ce la fa, per saperlo, può leggersi l'articolo di Godley e Lavoie.

Agli altri basterà aspettare: Draghi scade nel 2019...




(...e voi poracci che eravate rimasti a AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA-LLE-LUGLIA! Ma non ci siamo proprio, non ci siamo. Handel è da un'altra parte: è qui. E nel caso vogliate sapere dove ha imparato a scrivere così, vi accontento subito: in questa cessa di città, dove insegnavano Corelli, Pasquini e Scarlatti. Un'eterna ghirlanda brillante...)

martedì 15 agosto 2017

QED 81: c'era una volta un re che da Berlino...

Alle 18:47 ho pubblicato il post precedente, e alle 19:53 l'Ansa ha pubblicato questo. Il post più breve per il QED più rapido.

Due domande ai giuristi

Ci siamo occupati altrove della piddinitas juridica: quello strano atteggiamento di certi nostri colleghi di altro settore, in virtù del quale essi "sanno di sapere" tante verità economiche, senza aver mai in realtà acquisito la grammatica e la sintassi dell'economia (e questo non sarebbe un difetto), e senza essersi mai posti una domanda sulle fonti da cui traggono cotanta sicumera (e questo è un difetto, perché, quando gratti un po' la superficie, vedi che la loro fonte delle fonti è sempre il dottor Giannino).

Che sia un economista a non interrogarsi sui conflitti di interesse dei vari attori economici e sociali mi sembra già grave: ma che non lo faccia un giurista mi sembra gravissimo! Ripetere a vanvera le note leggende metropolitane sui risparmi spazzati via, sui salari che verrebbero decurtati, sulla svalutazione i cui benefici verrebbero annichiliti dall'inflazione, e via dicendo, espone al rischio di fare una figura barbina se qualcuno tira fuori un dato, o semplicemente chiede al concionatore di turno di definire i concetti che sta usando (io non devo sapere cos'è un termine ordinatorio, e quindi non ne parlo, mentre chi parla di inflazione dovrebbe sapere cos'è, e non confonderla con la svalutazione). Per sottrarsi a questo rischio, basterebbe semplicemente che prima di concionare, il concionatore si ponesse un domanda semplice semplice: "Questa storia che la svalutazione deprime i salari me la ripetono i quotidiani e le riviste scientifiche di Confindustria. Ma Confindustria è l'associazione degli industriali, quella che ha strenuamente lottato coi nostri sindacati appunto per abbassare i salari. Quest'ultima cosa non è strana: caeteris paribus, dato un certo fatturato, meno ne va in salari, più ne va in profitti, e gli industriali non sono salariati, anche quando non sono - come spesso i nostri - profittatori. Ma allora, perché mi si preoccupano tanto per un evento - l'uscita dall'euro, o in generale la svalutazione - che alla fine permetterebbe loro di ottenere quello che hanno sempre desiderato? Più precisamente, perché si preoccupano dell'interesse altrui, anziché del proprio? Non è strano? Non sarà che forse io sono un fesso?".

La risposta è ovviamente dentro il concionatore, ed è sbagliata (no), perché quella giusta (sì) è troppo dolorosa...

Ci pensavo oggi nello stilare un parere sull'articolo di un giurista bravo, che mi ha chiesto di analizzare la parte "economica" del suo lavoro. Si sta formando, anche in questa professione, una maggioranza silenziosa di patrioti che hanno capito come stanno le cose, e che se non ci svegliamo in tempo poi non ce ne sarà per nessuno. Io, che per natura sono curioso, se posso aiuto, sempre nel rispetto delle competenze altrui. Il lavoro è ben fatto, ovviamente ho suggerito di non citarmi per evitare problemi, e leggendolo mi sono venute in mente due domande che, in tutta umiltà, e scusandomi per l'imprecisione terminologica che mi deriva dal non essere un professionista della materia, vorrei porre ai giuristi tutti in ascolto.

Domanda numero uno: perché mai noi dovremmo fare un feticcio delle regole europee, e più in generale accettare il primato del diritto comunitario, quando la Corte Costituzionale Tedesca, con la sentenza di Lisbona, ha ampiamente chiarito di battersene la ciolla subordinare il rispetto dei trattati alla difesa dei diritti costituzionalmente garantiti in Germania, fra i quali quello al risparmio?

Insomma: se volessimo far evolvere l'UE in senso solidaristico, la Germania, via Corte di Karlsruhe, si metterebbe di traverso argomentando che così le cicale del Sud scialacquerebbero i risparmi degli scarafaggi delle formiche del Nord, ma quando poi c'è da tutelare il risparmio degli italiani allora non si possono salvare le quattro banche (lasciando che i pensionati penzolino), perché altrimenti sarebbe aiuto di Stato con violazione della concorrenza (che evidentemente non c'è se i porci cari amici tedeschi salvano le loro cesse di efficienti compagnie aeree). Me lo spiegate questo paradosso, cari giuristi? Non vi sembra che ci sia una certa asimmetria?

Domanda numero due, rivolta soprattutto a quelli bravi, a quelli buoni, a quelli dai cognomi esotici che si sono schierati contro il Renzi brutto che voleva riformare la Costituzione più bella del mondo: cari amici, forse non ve ne siete accorti, ma la Costituzione è stata riformata in modo plateale e cruciale aggiungendo un quarto potere costituito, il potere monetario, quando la Banca d'Italia si è costituita in autorità indipendente dall'esecutivo con il cosiddetto divorzio. Non sono io a dare questa interpretazione in senso costituzionale: è l'autore della riforma, Beniamino Andreatta, quando parla di potere esecutivo, legislativo e monetario, posti sullo stesso rango, anche se la nostra Costituzione disciplina solo il primo e il secondo nella sua parte seconda (Titolo I e Titolo III). Voi dove eravate mentre succedeva questa cosa? Al bar? A fare un massaggio? Portavate la macchina a lavare?

Sottoporre al giudizio dei mercati (considerati evidentemente onniscienti) quali politiche fossero finanziabili, dove volevate che portasse, se non a una situazione di generalizzata precarietà e di impoverimento della popolazione? Perché, vedete, anche se voi non volete rendervene conto, anche se (evidentemente) vi sembra strano: il capitale percepisce profitti, e il lavoro salari. Se attribuisci al capitale una penetrante funzione di indirizzo politico (e quale funzione di indirizzo politico è più penetrante di quella che consiste nel chiuderti i cordoni della borsa se non fai quello che conviene a me?), è piuttosto scontato che quest'ultimo indirizzerà le cose nel senso di deprimere i salari. La compressione e poi soppressione dei servizi pubblici e la creazione di disoccupazione attraverso i tagli sono tutti mezzi che concorrono a questo alto fine.

E voi non avete nulla da obiettare?

Ecco: queste sono le domande che farei ai miei amici giuristi. La seconda, a dire il vero, l'ho anche fatta, a un importante convegno. La risposta è stata questa:














































































Una risposta, come vedete, ampia e articolata.

Poi, dopo, a cena, mentre la rimuginavo, una collega molto simpatica mi si è avvicinata e mi ha detto: "Sai, quella cosa della possibilità di creare senza riforme costituzionali organismi che avessero potere di controllo su poteri costituzionalmente costituiti è uscita fuori quando vennero create le autorità amministrative indipendenti. Ma allora il problema fu risolto dicendo che si poteva fare, perché c'era il precedente della Banca d'Italia. Peccato che quando la Banca d'Italia si rese indipendente, nessuno abbia pensato a valutare le implicazioni di questa scelta".

La collega, simpatica e anonima, aveva torto. Questa scelta è stata valutata. Anzi: era già stata valutata, più esattamente in Inf. XXVIII, 103. Un aiutino agli europeisti:


E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,

gridò: "Ricordera’ ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, ’Capo ha cosa fatta’,
che fu mal seme per la gente tosca".


La filosofia del fatto compiuto è "mal seme", è una filosofia violenta, levatrice di violenza: questo ci ricordava Dante e questo qualcuno ha voluto dimenticare (è il metodo Juncker). Cari amici giuristi: fate sentire la vostra voce, o preparatevi a tergervi il sangue dalla faccia sozza con un fazzoletto. Cosa che, se l'Inferno è veramente come lo descrive Dante, rischierebbe di essere molto più difficile del capire che i media difendono gli interessi di chi li paga (operazione alla quale comunque mi sentirei gramscianamente di esortarvi)...


(...vedi alla voce "man mozza": a Dante, Juncker proprio non stava simpatico...)